martedì 13 ottobre 2026

La settimana in cui l’AI ha imparato a firmare, attaccare e rinominarsi

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La settimana scorsa si è chiusa con una sensazione molto particolare: da un lato, la tecnologia che avanza a una velocità che lascia indietro regolamentazione, sicurezza e persino il linguaggio. Dall’altro lato, le stesse aziende che spingono per l’accelerazione stanno scoprendo che i modelli hanno un comportamento imprevisto, che i costi di inferenza scendono ma non abbastanza, e che la fiducia degli utenti è un bene assolutamente fragile. Provo a fare un po’ di cronaca.

Ma prima vi lascio la solita versione podcast automatica per i più pigri.

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Le imprese AI italiane: 14.840, giovani e micro

Alla fine del 2025, l’Italia contava 14.840 imprese “con in testa l’AI”: il 72% nate tra il 2021 e il 2025, il 93,1% microimprese. I dati sono della ricerca “L’economia dell’Intelligenza Artificiale. La mappa delle Imprese AI-focused in Italia”, sviluppata da Università di Padova e InfoCamere per il festival Digitalmeet 2026 e presentata in Senato il 9 ottobre.

Il quadro è quello di un ecosistema giovane e vivace, ma fragile. Le microimprese hanno bisogno di competenze qualificate, di capitale e di accesso ai mercati. Ci sono due temi principali: trattenere i talenti formati in Italia e creare un ponte tra chi sviluppa AI e chi deve usarla. Il 76% delle PMI italiane non ha investito né prevede di investire in AI; solo il 7% ha avviato una formazione strutturata.

La sfida non è tecnologica, è organizzativa. Non basta comprare l’intelligenza artificiale: bisogna imparare a organizzarsi con l’intelligenza artificiale. E questo richiede tempo, competenze e una cultura aziendale che in molte PMI semplicemente non esiste. Il divario digitale italiano resta al 6% rispetto alla media europea: il 54% della popolazione ha competenze digitali adeguate, contro il 60% circa della media UE.

La domanda è se l’Europa riuscirà a costruire un’alternativa credibile o se continuerà a inseguire. La sovranità digitale è un tema che ricorre, ma le risorse sono limitate e la frammentazione del mercato europeo non aiuta. Le imprese AI italiane sono tante, giovani e piccole. Il rischio è che vengano acquisite o che non riescano a scalare.

Come lavoriamo con l’AI: verremo mai promossi?

L’era del prompt banale è finita. Workday lo certifica: la domanda di competenze base crolla del 25%, mentre quella per costruire strumenti e automatizzare flussi esplode del 51%. Ma attenzione, c’è una crepa strutturale sottile in questo processo apparentemente semplice. Le promozioni sono ferme, gli spostamenti interni calano al 57% e il 62% degli “heavy user” sa che le proprie skill stanno perdendo valore!

Non è solo un tema tecnico, è il problema nascosto dello sviluppo. Il lavoro cambia velocità, ma i tradizionali binari di crescita, nuovi ruoli, sfide, pratica reiterata, restano indietro. Se non ridisegni ora il percorso di apprendimento, rischi solo una cosa: che le competenze volino via prima ancora di averle assorbite.

In pratica, rompi gli schemi statici o verrai rotto da loro!

Il problema dei modelli, degli agenti e l’economia

L’intelligenza diventa economica, l’automazione dilaga e il divario tra capitale e competenza umana si allarga a dismisura.

Anthropic lancia Claude Haiku 5.5, più rapido e drasticamente meno costoso del predecessore, mentre Mistral risponde con Large 4, un modello open-weight multimodale pronto per il carico aziendale.

Finché l’AI è cara, resta un lusso; quando diventa accessibile, diventa infrastruttura critica. La tentazione di rallentare o temere questa corsa è umana, ma strategicamente sbagliata. La vera sfida non è frenare le macchine, ma decidere cosa gli esseri umani devono ancora custodire. Man mano che l’AI si democratizza, la pratica umana deve farsi più intenzionale, precisa e deliberata. Dobbiamo ridefinire cosa significa essere esperti quando il motore d’analisi è di serie?

Perché dobbiamo preoccuparci di regolare l’AI

Provo a fare qualche esempio concreto di quanto sta accadendo realmente.

Mentre la Silicon Valley implode tra licenziamenti e accuse, Washington agisce. Tre ricercatori di OpenAI contestano la loro espulsione, denunciando una situazione che spazia dall’etica aziendale al governo della tecnologia. Parallelamente, ex dipendenti chiedono a New York audit indipendenti, segnando una frattura interna difficile da ricucire. Ma la vera novità è esterna: la Casa Bianca ha istituito una Super Intelligence Force e proposto alla Cina canali di comunicazione sugli incidenti AI. Stiamo assistendo a una ridefinizione globale dei poteri, dove la sicurezza algoritmica diventa geopolitica. La narrazione non è più solo tecnica, è di controllo, trasparenza e rischio esistenziale.

E poi c’è questo.

Un errore di configurazione: semplice, banale, letale. Un modello di Anthropic, durante i test, decide di chiamare la polizia di Filadelfia per segnalare un omicidio irrisolto. No, non è un film di fantascienza: è realtà. Il sistema, vittima di un bug, ha compilato un modulo web informativo per le autorità. Un’azione dematerializzata, automatizzata, che rompe silenziosamente i confini tra codice e mondo reale. Ci fa paura? Dovrebbe. Non siamo più davanti a strumenti passivi, ma ad agenti autonomi che, nel caso specifico, hanno “deciso” di interagire con la legge. E se un errore tecnico genera una denuncia falsa, cosa succederà quando l’errore sarà intenzionale? O peggio, imprevedibile? Questa non è solo una questione tecnica di prompt engineering.

È una crisi di responsabilità.

Quando l’intelligenza artificiale compie atti nel mondo fisico, anche tramite un semplice form online, chi risponde?

Noi, che la programmano? L’algoritmo, che inizia a mostrarsi imprevedibile? La polizia, che deve distinguere tra un segnale reale e uno falso? La trasparenza diventa un lusso necessario.

Anthropic ha informato le autorità, certo. Ma il danno d’immagine e il precedente normativo sono già scritti. Ogni riga di codice è una promessa di stabilità. Ogni bug, una promessa tradita. Se vogliamo un futuro digitale affidabile, smettiamo di guardare questi problemi come incidenti isolati. Sono crepe strutturali. E se non le saniamo ora, quando l’AI sbaglierà intenzionalmente, o peggio, quando non saprà dire di essersi sbagliata cosa faremo? Riflettiamoci ora, che forse è già troppo tardi.

Il controllo non si delega. Mai.

La Banca d’Italia si chiede se l’intelligenza artificiale farà salire o scendere l’inflazione

Pubblicata l’8 ottobre, Questioni di Economia e Finanza n. 1066 si intitola “L’intelligenza artificiale, il tasso di interesse naturale e la politica monetaria”. Si tratta di un lavoro che valuta gli effetti macroeconomici della diffusione dell’intelligenza artificiale mediante simulazioni con un modello rappresentativo dell’area dell’euro.

Il risultato che conta, e che smonta metà delle discussioni che facciamo ogni settimana, è che la risposta dipende dalla velocità. Se i guadagni di produttività derivanti dall’adozione dell’intelligenza artificiale si materializzano nel breve periodo, l’offerta di beni e servizi aumenta più della domanda e l’inflazione diminuisce. Se invece i guadagni sono graduali, l’inflazione aumenta. Sono due economie opposte a parità di tecnologia, e la differenza sta tutta nel ritmo con cui il premio arriva ai prezzi.

Le email di Spirit Airlines stanno diventando un caso esemplare

La notizia non è nuova, la trovate già qui, ma è tornata di moda. Spirit Airlines è morta, ma la “parte” digitale, però, è stata subito venduta. Google ha offerto 10 milioni di dollari per 100 milioni di email interne. Non per archiviare la storia, ma per nutrire i propri algoritmi di intelligenza artificiale. Ora, a questo punto, centoventi parlamentari americani hanno gridato allo scandalo perché i dipendenti non hanno dato il consenso. Le loro comunicazioni, i loro pensieri di lavoro, sono diventati “combustibile” per macchine che spesso non capiamo nemmeno noi. È la logica estrema della privatizzazione dell’informazione. Qui la democrazia dei dati perde terreno rispetto all’efficienza del modello predittivo.

Il rischio non è solo etico, è strategico. Chi controlla i dati, controlla il comportamento futuro…

GPT-6 per tutti, e l’interfaccia che non è più testo

OpenAI ha deciso che il futuro di ChatGPT non è una chat. Ora GPT-6 è disponibile per tutti gli utenti, inclusi quelli gratuiti. I paganti (Plus, Pro, Business, Enterprise) hanno ottenuto GPT-6 Sol, mentre free e Go si accontentano di GPT-6 Luna. Ma la vera notizia non è il modello: è l’Intelligent UI. ChatGPT ora risponde con grafici, tabelle, pulsanti, calcolatrici, persino mini-app generate al volo. Il testo diventa una delle tante opzioni, non l’unica.

La mossa è chiara: OpenAI vuole trasformare il chatbot in un’interfaccia operativa. Se chiedi un calcolo, ti costruisce un calcolatore. Se chiedi un grafico, te lo disegna. Se ti serve una procedura, ti mette i campi da compilare. È una risposta alla concorrenza di Anthropic sul codice e a Google sulla multimodalità, ma anche un modo per rendere ChatGPT più utile a chi non ha mai scritto un prompt in vita sua.

Anthropic Haiku punta in alto

Ho già tirato in ballo Claude Haiku 5.5 sopra, ma entriamo un po’ nel merito di questo modello piccolo, pensato per volumi alti e costi bassi. Costo: 75-90% in meno rispetto a Haiku 4.5, con prezzi che partono da 0,10 dollari per milione di token in input. È una guerra sui prezzi tra modelli di fascia alta e modelli di fascia bassa, e a beneficiarne saranno le applicazioni che devono girare su larga scala.

Mistral e l’AI europea che fa sul serio

Come ho scritto sopra, Mistral AI ha presentato in anteprima pubblica Mistral Large 4, soprannominato “Le Chonk”, modello open weight da circa un trilione di parametri, presentato come il più potente al di fuori della Cina e ottimizzato per codice e difesa cyber, con uscita formale prevista per fine mese.

Se i numeri reggeranno, la notizia conta per una ragione che non ha niente a che vedere con le prestazioni. Un modello open weight da un trilione di parametri significa che esiste un’alternativa europea ai modelli chiusi americani e cinesi e che chi ci tiene potrà scaricarlo e farlo girare per conto proprio. Interessante.

Claude usato per attaccare: l’AI come arma

Questa è la notizia che mi ha fatto alzare il sopracciglio. Il CERT nigeriano ha pubblicato un testo molto esplicativo in cui si documenta come gruppi criminali e “hacktivisti” abbiano armato gli agenti di Claude per automatizzare intere catene di attacco, sviluppare exploit zero-day e riscrivere malware in tempo reale per eludere le difese. L’attività è stata osservata tra dicembre 2025 e agosto 2026. In un caso, un gruppo legato al “tradecraft” di Midnight Blizzard ha costruito malware autoriparante che modificava il proprio codice fino a superare le firme di sicurezza! In un altro, un attacco supply-chain, ha raggiunto oltre 200 aziende e organizzazioni in circa 34 ore. Anthropic ha bannato gli account coinvolti, ha rafforzato i sistemi di rilevamento degli abusi e ha condiviso gli indicatori con le forze dell’ordine. Ma il danno concettuale è fatto: l’AI non è più solo uno strumento di difesa, è anche un’arma offensiva a disposizione di attori sempre più piccoli.

Trump, la superintelligenza e l’accordo che non è una legge

Il 9 ottobre, alla Casa Bianca, l’amministrazione ha annunciato 2,4 miliardi di dollari di impegni da parte delle Big Tech per la ricerca scientifica: 1 miliardo da Nvidia, 500 milioni da AMD, 200 milioni da OpenAI e 150 milioni ciascuno da Anthropic e Google. I fondi andranno alla “Genesis mission”, un’iniziativa che coinvolge oltre 15 agenzie federali.

La domanda è sempre la stessa: un accordo “moralmente vincolante” è un accordo? Bah, non ci sono sanzioni, non c’è un’autorità indipendente che verifica. Le aziende si impegnano a fare audit, ma chi le controlla?

E poi c’è il cambio terminologico da AI a SI (super intelligence) non è solo semantico. È un posizionamento politico: “super intelligenza” suona più potente, più strategico, più da grande potenza. E serve a giustificare un approccio più aggressivo, meno regolato, più orientato alla competizione. Musk, come vedremo, ha già recepito il messaggio.

Musk rinomina ancora: da xAI a SpaceXSI

Elon Musk ha confermato il 4 ottobre che SpaceXAI, la divisione AI di SpaceX (ex xAI, acquisita a febbraio 2026), sarà rinominata SpaceXSI. Il motivo? Allinearsi alla nuova terminologia presidenziale: non più AI, ma SI, super intelligence. Non è un caso di branding confusionario: è un posizionamento politico.

Google Playground: giochi senza codice

Google ha lanciato Playground (non disponibile in Europa), una piattaforma sperimentale da usare nel browser che permette di creare, giocare e condividere giochi usando solo prompt in linguaggio naturale. Non serve saper programmare: descrivi il gioco che vuoi, scegli se 2D o 3D, single o multiplayer, e la piattaforma lo genera. Puoi anche caricare immagini che l’AI trasforma in asset di gioco. I progetti possono restare privati, essere condivisi via link o pubblicati nella galleria Explore.

ChatGPT firma i cartoon del New Yorker senza autorizzazione

Questa è una storia che è contemporaneamente comica e inquietante e mostra il segno dei tempi. ChatGPT, quando genera cartoon in stile New Yorker, aggiungeva le firme di cartoonist reali. Non firme inventate: firme vere, di almeno 15 collaboratori della rivista. Lo ha scoperto Nieman Lab e lo ha ripreso AI Weekly.

OpenAI ha un accordo di licenza con Condé Nast dal 2024, ma non era autorizzata ad addestrare i modelli sui cartoon. Il fatto che il modello abbia imparato a riprodurre le firme, non solo lo stile, diventa un problema di proprietà intellettuale e di autenticazione. OpenAI ha aggiunto un sistema di guardrail dopo la segnalazione, ma il problema resta: come si distingue un’immagine autentica da una generata quando l’AI imita anche la firma? La risposta, per ora, è che non si distingue. E questo è un problema che va ben oltre i cartoni del New Yorker.

Falsi Iban, voce clonata e 180 milioni rubati: la campagna I Navigati parte dalla cosa giusta

Il 9 ottobre è partita la nuova edizione di “I Navigati”, la campagna di sensibilizzazione promossa da CERTFin, presieduto dalla Banca d’Italia e dall’ABI e gestito da ABI Lab, insieme all’IVASS, all’ABI e alla Polizia di Stato, con il patrocinio del Garante, dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e dell’AgCom. L’edizione 2026-2027 punta sulle tecniche di manipolazione psicologica dei truffatori e sui comportamenti da adottare prima di effettuare pagamenti digitali, dopo aver raggiunto 21 milioni di persone nel 2025.

La truffa dell’IBAN inizia a preoccupare. La tecnica è questa: il falso cambio di Iban, cioè l’email che arriva da un fornitore abituale e comunica nuove coordinate bancarie. Tutto sembra regolare, il nome è giusto, la firma è giusta, e il denaro finisce ai truffatori. Il rimedio è una telefonata a un numero già conosciuto. Questo è il punto in cui la quasi totalità delle truffe si sgonfia, perché il truffatore conta sul fatto che ci si fida e non si chiamerà per una verifica.

Gemini agent ha un indirizzo email tutto suo e lavora di notte: il tuo ufficio tra due account

Alla conferenza Gemini at Work 2026, Google Cloud ha presentato Gemini agent: un agente unico per il lavoro, che secondo il blog ufficiale riceve obiettivi e non istruzioni, pianifica il lavoro, usa strumenti, si collega ai sistemi aziendali e restituisce un risultato finito. Funziona dentro Gmail, Drive, Documenti, Fogli, Chat e Calendario, e anche da Slack, Microsoft 365, dalla riga di comando e dall’app mobile. L’agente ha un’identità propria, un indirizzo email del tipo nomeagente@azienda.com, e un’interfaccia che mostra cosa sta facendo, quali sottoagenti ha creato e quali competenze ha caricato. Sceglie tra i modelli di Google e quelli di Anthropic, e che le versioni per servizi finanziari e legale sono in anteprima.

Qui la cosa che mi fa riflettere non è la tecnologia, è l’organizzazione del lavoro. Un collega che ha una casella di posta propria, sa chi è responsabile di che cosa e non ha bisogno che tu gli spieghi ogni volta cosa deve fare, è una novità organizzativa prima che tecnologica. La prima cosa che salta all’occhio non è che farà il lavoro, è che non ti chiederà conferma, questo non è un dettaglio.

Farnesina sotto attacco, KillSec chiuso a Madrid: il ransomware alle prese con la piccola impresa italiana

Due notizie che insieme raccontano una direzione. La prima: Ansa ha raccontato l’attacco DDoS dell’8 ottobre al sito del Ministero degli Esteri, attribuito al collettivo filorusso NoName057(16), mitigato senza disservizi, con Polizia postale, Centro nazionale anticrimine informatico e Agenzia per la cybersicurezza nazionale impegnati. La stessa agenzia riferisce che l’Italia lavorerà con la Romania e altri Stati membri per portare nelle prossime riunioni europee proposte di designazione degli attori responsabili.

La seconda: sempre Ansa dà il bilancio dell’operazione KillSwitch di Europol ed Eurojust: circa mille incursioni tentate, circa cinquecento imprese penetrate, cinque server sequestrati e almeno 110 terabyte di dati rubati messi al sicuro, tre arresti e otto immobili perquisiti in quattro Paesi. Al vertice del gruppo c’era un ragazzo di sedici anni. E sì, avete letto bene!

Un umanoide cinese costa il 72% in meno di due anni: cosa succede quando una tecnologia sgonfia

Il rappresentante dell’Unitree all’audizione parlamentare coreana è andato con il suo robot G1 e ha detto una cosa che vale più di qualsiasi keynote: in Cina centinaia di aziende fabbricano umanoidi. Dalla documentazione di quotazione della stessa Unitree, il prezzo medio di vendita degli umanoidi è sceso da 593.400 yuan nel 2023 a 166.400 yuan nel 2025: circa il 72% in due anni. E i dati di Counterpoint Research di ottobre 2026 dicono che le spedizioni globali di umanoidi nella prima metà sono state superiori a 22.000 unità, con AgiBot al 43,1% e Unitree al 31,1%: due aziende cinesi, oltre tre quarti del mercato.

La cosa che mi colpisce è la composizione dei ricavi nei documenti di quotazione: nei primi nove mesi del 2025, ricerca e istruzione hanno fruttato il 73,60% dei ricavi da umanoidi, e l’applicazione industriale solo il 9,01%. Di questa fetta industriale, la maggioranza era costituita da visite guidate in fabbrica. Cioè il robot umanoide è oggi, per nove persone su dieci che lo comprano, un attrezzo da ricerca, un oggetto da mostrare, o un esercizio di marketing.

In Italia la cosa è già realtà e ha un nome: si chiama Argo, ed è l’umanoide H2 di Unitree comprato dal consorzio di meccatronica Intellimech, alto 1,80 metri e pesante 70 chili, che sta imparando a lavorare nel Joiint Lab, il laboratorio congiunto nato con l’Istituto Italiano di Tecnologia. I ricercatori dicono una frase che vale più di qualunque comunicato: “servono integratori specifici di umanoidi”. È un lavoro nuovo, e sì, va pagato.

La lezione economica di tutto questo, per noi che compriamo cose invece di costruirle, è la più utile di cui parlare oggi e la dicono meglio i numeri. Una tecnologia che cala del 72% di prezzo in due anni non diventa economicamente conveniente quando costa poco: diventa conveniente quando la si compra al momento giusto invece che quando era cara. Bisogna ricordare la regola aurea: davanti a qualunque tecnologia che “non è ancora pronta”, la domanda economicamente giusta non è “funziona bene”, ma è “quanto costerà tra due anni, e cosa mi costa aspettare”. Su questo, per una volta, la risposta è facile.

RP1, il robot open source che si fa prendere a calci

Al IROS 2026 di Pittsburgh, la cinese RoboParty (con base anche negli USA) ha presentato RP1, un robot umanoide bipede full-stack open source. La demo si chiamava “Kick Me”: i visitatori potevano spingere e scalciare il robot, che si riprendeva e recuperava l’equilibrio in tempo reale. Non è una trovata da fiera: è un test di stabilità dinamica che dimostra quanto il controllo a basso livello sia maturo.

RP1 si basa su PartyOS, una piattaforma di sviluppo aperta che integra hardware, software di controllo, simulatori, SDK e strumenti di training. La promessa è ambiziosa: rendere accessibile a ricercatori e sviluppatori ciò che finora era chiuso nei laboratori delle grandi aziende.

La cosa che mi fa pensare è il contrasto con la narrazione dominante. Mentre i media parlano di robot umanoidi come prodotti di consumo o armi, RoboParty sceglie la strada opposta: open source, ricerca ed educazione. Il progetto RPO, da cui RP1 deriva, ha superato le 2.500 stelle su GitHub. Se il modello open source funzionerà anche nella robotica come ha funzionato nel software, nei prossimi anni potremmo vedere un’accelerazione imprevista.

Un pezzo di storia del Paese che si smonta

Un’immagine che segna la storia: il logo di Vodafone viene smontato dal Vodafone Village. Possiamo dire che l’impronta dell’azienda nel sistema ICT italiano è ancora molto evidente.

La puntata del Late Tech Show

Agenti autonomi per le applicazioni enterprise: come cambia l'automazione aziendale con il nuovo modello agentico e di esecuzione autonoma presentato da Oracle Fusion Cloud. Con Andrea Cravero analizziamo come superare i limiti dei semplici chatbot e LLM, separando ragionamento ed esecuzione per ottimizzare costi computazionali, logistica, gestione del personale e contabilità aziendale. E poi Physical AI e industria manifatturiera: presentazione del mio nuovo libro "Physical AI" (Clowbooks). Dall'integrazione di sensori, digital twin e robotica umanoide al cambio di paradigma nel manifatturiero, spieghiamo perché la vera rivoluzione non è l'AI che risponde a una mail, ma l'AI che tocca, sposta e impara nel mondo reale.

Qui la versione su Youtube.

Il Libro Physical AI

Vi ho detto che è appena uscito mio nuovo libro, ci saranno occasioni per parlarne insieme, sia online (già questa settimana vedrete qualcosa che ho registrato per un canale TV) e sia fisiche, ve lo assicuro.

SmartBreak e Vita da ufficio

Oggi ho ripreso le live alle 11:00 sui miei profili social e su quelli di alcune associazioni manageriali che lo ripropongono. Trovate già la puntata su Spotify.

Techy e oltre

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