Un minuto su internet 2016
Cosa succede in un minuto su Internet in questo momento... Lo sapevi?
Pubblicato da Gigi Beltrame
giovedì 10 marzo 2016
lunedì 7 marzo 2016
Top of the Games 22-28/2/2016 (instagram edition)
La classifica ufficiale dei giochi più venduti in Italia, Aesvi/GfK.
Un video pubblicato da Gigi Beltrame (@gigibeltrame) in data:
venerdì 4 marzo 2016
Digitale e paradossale
Il Digitale in Italia sembra aver preso un momento di pausa.
Manca la comunicazione del campione digitale, manca il narrare l'innovazione, quella che fa notizia, quella che predilige le idee.
Eppure qualcosa sotto si muove, Invitalia Ventures vede salire a bordo Cisco.
"Abbiamo l'ambizione di contribuire ad accelerare la digitalizzazione in Italia. L'impegno in Invitalia Ventures è un primo passo fondamentale sul percorso che Cisco ha appena iniziato, volto a coinvolgere i player che stanno già sostenendo l'ecosistema italiano dell'innovazione per costruire il futuro del nostro Paese ", ha dichiarato Agostino Santoni, AD di Cisco Italia.
Salvo Mizzi, AD di Invitalia Ventures, ha dichiarato: "Siamo molto orgogliosi di avere Cisco come investitore nel nostro Fondo. È un grande onore e un privilegio poter collaborare con un grande leader tecnologico impegnato nell’accelerazione concreta della digitalizzazione del nostro Paese. L’investimento di Cisco è anche il segno tangibile del ritorno dell’Italia nel radar degli investitori internazionali, in particolare degli smart capital USA.”
Manca la comunicazione del campione digitale, manca il narrare l'innovazione, quella che fa notizia, quella che predilige le idee.
Eppure qualcosa sotto si muove, Invitalia Ventures vede salire a bordo Cisco.
"Abbiamo l'ambizione di contribuire ad accelerare la digitalizzazione in Italia. L'impegno in Invitalia Ventures è un primo passo fondamentale sul percorso che Cisco ha appena iniziato, volto a coinvolgere i player che stanno già sostenendo l'ecosistema italiano dell'innovazione per costruire il futuro del nostro Paese ", ha dichiarato Agostino Santoni, AD di Cisco Italia.
Salvo Mizzi, AD di Invitalia Ventures, ha dichiarato: "Siamo molto orgogliosi di avere Cisco come investitore nel nostro Fondo. È un grande onore e un privilegio poter collaborare con un grande leader tecnologico impegnato nell’accelerazione concreta della digitalizzazione del nostro Paese. L’investimento di Cisco è anche il segno tangibile del ritorno dell’Italia nel radar degli investitori internazionali, in particolare degli smart capital USA.”
Un colosso come Cisco si getta nel digitale italiano, nelle startup italiane, con 5 milioni di euro?
Certo, se tutti i 90 investitori saliti a bordo di Invitalia avessero versato 5 milioni la situazione sarebbe diversa, ma 5 milioni non sono niente se si vuole pensare in grande.
Questo è il paradosso delle start up in Italia: poco fatturato e tanta chiacchiera, oltre che lamentarsi, ma quello è nello spirito italico, che i venture investono poco...
venerdì 26 febbraio 2016
Qualche precisazione su Apple, FBI, marketing e privacy, ma soprattutto per parlare di fiducia: utenti e non utonti
La discussione che si è sviluppata in questi giorni è probabilmente fondamentale per comprendere il futuro del digitale e, di fatto, del mondo.
Quando vengo interpellato spiego che a me non interessa che cosa o chi, piuttosto racconto come il mondo sta cambiando e questo è un esempio del cambiamento, del potere delle marche e, più in generale, della finanza.
La lotta al terrorismo è centrale nel dibattito e cosa si è disposti a perdere in nome di questa lotta?
Siamo sicuri che le informazioni che vengono raccolte per volare, per esempio, siano utilizzate sempre bene?
Apple della questione ne ha fatto una bandiera e l'ha sfruttata per il marketing in modo estremamente furbo, ma anche intelligente.
Ma qual è il confine della privacy e quali sono le limitazioni della libertà?
La discussione prende migliaia di rivoli, spostandosi dalla tecnologia o entrando nella tecnologia.
Siccome questo nel mio blog non sono mai andato "lungo", vengo al punto.
Apple ha sempre messo la i di "I", cioè "io", in minuscolo anche se in inglese è maiuscolo. Pod, Phone, Tablet, Mac e Tunes sono sempre stati maiuscoli. Non è quindi un vezzo.
In un periodo di Big Data e cloud, dove le informazioni circolano, dove le chiamate e le chat vengono comunque salvate, siamo sicuri che esista ancora una privacy sui dispositivi?
E fino a quale punto ci si può spingere per abbassarla e cosa non si è disposti a cedere?
Le assicurazioni mettono scatole nere nelle auto, ma secondo voi lo fanno solo per ricostruire un incidente o per comprendere come vengono usate? Le condivideranno?
E' una questione di fiducia
Anche questo è solo un esempio, tra i tanti che si possono fare, tutti gli automobilisti hanno fiducia. I clienti di una banca la scelgono perché hanno fiducia. Poi c'è la fiducia nelle marche e infine nelle istituzioni.
Fiducia.
E se questa venisse meno? E' successo nell'ultimo periodo? E se fosse mal riposta conviene cedere una piccola parte della propria privacy?
Torno a bomba e chiudo: fino a che punto gli americani possono fare deroghe "agli emendamenti", fino a che punto gli europei sono disposti a disfarsi delle carte costituzionali?
E soprattutto, a quel punto chi tutela per eventuali abusi?
L'occidente, ma il mondo in generale, è pronto a mettersi in discussione e soprattutto ne ha la consapevolezza?
Apple ha dimostrato di avere consapevolezza di questa fiducia, magari sbagliando, questo non lo so, in qualsiasi caso ha fatto in modo che si allargasse un dibattito, sperando che menti illuminate del pianeta ci aiutino a dirimere la matassa e fare in modo che utenti faccia sempre meno rima con utonti.
Quando vengo interpellato spiego che a me non interessa che cosa o chi, piuttosto racconto come il mondo sta cambiando e questo è un esempio del cambiamento, del potere delle marche e, più in generale, della finanza.
La lotta al terrorismo è centrale nel dibattito e cosa si è disposti a perdere in nome di questa lotta?
Siamo sicuri che le informazioni che vengono raccolte per volare, per esempio, siano utilizzate sempre bene?
Apple della questione ne ha fatto una bandiera e l'ha sfruttata per il marketing in modo estremamente furbo, ma anche intelligente.
Ma qual è il confine della privacy e quali sono le limitazioni della libertà?
La discussione prende migliaia di rivoli, spostandosi dalla tecnologia o entrando nella tecnologia.
Siccome questo nel mio blog non sono mai andato "lungo", vengo al punto.
Apple ha sempre messo la i di "I", cioè "io", in minuscolo anche se in inglese è maiuscolo. Pod, Phone, Tablet, Mac e Tunes sono sempre stati maiuscoli. Non è quindi un vezzo.
In un periodo di Big Data e cloud, dove le informazioni circolano, dove le chiamate e le chat vengono comunque salvate, siamo sicuri che esista ancora una privacy sui dispositivi?
E fino a quale punto ci si può spingere per abbassarla e cosa non si è disposti a cedere?
Le assicurazioni mettono scatole nere nelle auto, ma secondo voi lo fanno solo per ricostruire un incidente o per comprendere come vengono usate? Le condivideranno?
E' una questione di fiducia
Anche questo è solo un esempio, tra i tanti che si possono fare, tutti gli automobilisti hanno fiducia. I clienti di una banca la scelgono perché hanno fiducia. Poi c'è la fiducia nelle marche e infine nelle istituzioni.
Fiducia.
E se questa venisse meno? E' successo nell'ultimo periodo? E se fosse mal riposta conviene cedere una piccola parte della propria privacy?
Torno a bomba e chiudo: fino a che punto gli americani possono fare deroghe "agli emendamenti", fino a che punto gli europei sono disposti a disfarsi delle carte costituzionali?
E soprattutto, a quel punto chi tutela per eventuali abusi?
L'occidente, ma il mondo in generale, è pronto a mettersi in discussione e soprattutto ne ha la consapevolezza?
Apple ha dimostrato di avere consapevolezza di questa fiducia, magari sbagliando, questo non lo so, in qualsiasi caso ha fatto in modo che si allargasse un dibattito, sperando che menti illuminate del pianeta ci aiutino a dirimere la matassa e fare in modo che utenti faccia sempre meno rima con utonti.
lunedì 22 febbraio 2016
Quando Mark Zuckerberg decise di trasformare Facebook in Second Life
Second Life è stato uno dei progetti più interessanti e chiacchierati degli ultimi anni, ma essendo un prodotto affascinante ma dispersivo in termini di tempo, non ha avuto successo.
Eppure nella Silicon Valley questo mito non è mai morto, come non è mai morto in Giappone e Corea del Sud.
La VR, realtà virtuale applicata ai telefonini da montare a meno di un palmo da naso, starebbe tentando di prenderne l'eredità.
Le differenze sostanziali? Si deve restare in piedi, si è isolati dal mondo è costa un occhio della testa.
Mark Zuckerberg ci crede tantissimo, ma non riuscirà a colpire tutto quel miliardo e oltre di utenti che ha conquistato.
Eppure nella Silicon Valley questo mito non è mai morto, come non è mai morto in Giappone e Corea del Sud.
La VR, realtà virtuale applicata ai telefonini da montare a meno di un palmo da naso, starebbe tentando di prenderne l'eredità.
Le differenze sostanziali? Si deve restare in piedi, si è isolati dal mondo è costa un occhio della testa.
Mark Zuckerberg ci crede tantissimo, ma non riuscirà a colpire tutto quel miliardo e oltre di utenti che ha conquistato.
Chi crea gli oggetti spera di avere un mercato così sconfinato, ma il risultato sarà la conquista di qualche nicchia, magari importante, ma tale resterà.
venerdì 19 febbraio 2016
Se anche gli operatori mobili diventano degli ad-blocker...
Prima di tutto riporto il comunicato integrale.
3 UK e 3 Italia hanno collaborato con successo con Shine Technologies per l’implementazione sulle proprie reti delle tecnologie Shine per il blocco della pubblicità sui dispositivi mobili. Questa iniziativa permetterà una rapida distribuzione della tecnologia di “ad-blocking” anche agli altri operatori del Gruppo 3.
Rispetto ai servizi basati su App, il servizio di “ad-blocking” integrato nelle reti mobili rappresenta una soluzione più efficiente per i clienti, poiché riesce ad intervenire su un numero maggiore di banner pubblicitari senza alterare l’esperienza e la velocità di navigazione.
La collaborazione con Shine non ha l’obiettivo di eliminare la pubblicità, che è spesso interessante e porta benefici ai clienti, ma di dare agli utilizzatori la possibilità di scegliere se e quando ricevere pubblicità sul proprio dispositivo mobile.
Gli obiettivi principali del Gruppo 3 sono:
1. che i clienti non dovrebbero pagare per l’utilizzo dei dati consumati per visualizzare la pubblicità sul dispositivo mobile. Questi costi dovrebbero essere a carico degli inserzionisti.
2. che la privacy e la sicurezza dei clienti debba essere completamente protetta. Alcuni inserzionisti utilizzano infatti la pubblicità per appropriarsi dei dati clienti senza che questi ultimi ne siano a conoscenza o abbiano dato il proprio consenso.
3. che i clienti dovrebbero essere in grado di ricevere solo la pubblicità di loro interesse, senza che la loro esperienza e velocità di navigazione venga condizionata da una pubblicità spesso eccessiva, intrusiva e quindi non desiderata.
3 UK e 3 Italia hanno collaborato con successo con Shine Technologies per l’implementazione sulle proprie reti delle tecnologie Shine per il blocco della pubblicità sui dispositivi mobili. Questa iniziativa permetterà una rapida distribuzione della tecnologia di “ad-blocking” anche agli altri operatori del Gruppo 3.
Rispetto ai servizi basati su App, il servizio di “ad-blocking” integrato nelle reti mobili rappresenta una soluzione più efficiente per i clienti, poiché riesce ad intervenire su un numero maggiore di banner pubblicitari senza alterare l’esperienza e la velocità di navigazione.
La collaborazione con Shine non ha l’obiettivo di eliminare la pubblicità, che è spesso interessante e porta benefici ai clienti, ma di dare agli utilizzatori la possibilità di scegliere se e quando ricevere pubblicità sul proprio dispositivo mobile.
Gli obiettivi principali del Gruppo 3 sono:
1. che i clienti non dovrebbero pagare per l’utilizzo dei dati consumati per visualizzare la pubblicità sul dispositivo mobile. Questi costi dovrebbero essere a carico degli inserzionisti.
2. che la privacy e la sicurezza dei clienti debba essere completamente protetta. Alcuni inserzionisti utilizzano infatti la pubblicità per appropriarsi dei dati clienti senza che questi ultimi ne siano a conoscenza o abbiano dato il proprio consenso.
3. che i clienti dovrebbero essere in grado di ricevere solo la pubblicità di loro interesse, senza che la loro esperienza e velocità di navigazione venga condizionata da una pubblicità spesso eccessiva, intrusiva e quindi non desiderata.
Premesso che i tre punti siano condivisibili, non si capisce davvero come i contenuti, quelli di qualità, possano sopravvivere se l'ad-blocker diventasse uno standard.
La risposta è semplice: non è nemmeno nel native advertising, ma l'articolo stesso diventa pubblicità. A quel punto l'utente non saprà se un articolo è redazionale o pubblicitario e quindi chi ci perde è solo il fruitore.
Non venitemi a parlare di leggi, di deontologia o quant'altro.
Ah, ma un'altra strada c'è, anzi due: la prima è pagare il fornitore del servizio affinché lasci "passare" i miei banner pubblicitari, mentre la seconda è fare in modo che i contenuti a pagamento si diffondano ampiamente.
Secondo voi, quale sarà la direzione e quindi come si evolverà il modello di business?
Un blog per parlare di cultura digitale, prodotti, servizi e molto, molto di più.


