lunedì 6 aprile 2015

L'economia del possesso e l'economia dell'accesso

La rivoluzione è in atto.
C'è chi se n'è già accorto, c'è chi non vuole vedere cosa sta accadendo, ma la rivoluzione miete vittime da tempo.
E il digitale è l'abilitatore di questa rivoluzione.
Pensateci.
Uber è il più grande servizio taxi al mondo, ma non possiede nemmeno un'auto.
Airbnb è il più grande albergo del mondo, ma non possiede nemmeno una stanza.
Alibaba è lo store più grande al mondo, ma non possiede un magazzino.
Provate a fare una riflessione: a cosa serve possedere un libro se posso cercarlo e leggerlo quando voglio e come voglio?
A cosa serve possedere i CD se posso cercare le canzoni e ascoltarle quando e dove voglio?
A cosa serve possedere una macchina se prendo il telefono e ne prenoto una a due minuti dal luogo in cui mi trovo?
A cosa serve possedere decine di programmatori se posso fare una richiesta e in poche ore ho a disposizione il codice con una spesa veramente limitata?
A cosa serve avere i server di posta elettronica se sul cloud ho un servizio più efficiente e meno costoso?
A cosa serve vedere un programma in TV quando posso vedermelo, con calma, quando voglio e quando ho più tempo a disposizione?
Solo alcuni esempi, ma si potrebbe andare avanti elencando come il mondo e l'economia stanno cambiando. Certo non vale per tutti i settori (nel food il prodotto ha sempre la stessa vita).
L'economia del possesso era contraddistinta da beni più o meno durevoli ma da qualche inefficienza, l'economia dell'accesso, invece, è determinata dall'immaterialità, o materialità digitale, e da un costo per utilizzo.
Ricostruire il possesso, mentre il concetto di disponibilità di un bene diventa qualcosa di relativo.
Su questa rivoluzione in atto ci sono resistenze, spesso determinate da status symbol. Ma le rivoluzioni come queste sono inarrestabili. 
Lottare contro o partecipare determinerà vincitori e vinti nei prossimi vent'anni.

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