giovedì 12 agosto 2010

Sulla neutralità

Vasta eco sta ricevendo sul web la discussione innescata sulla
neutralità della rete da Google e compagni.
In realtà, la neutralità della rete è da anni una frase roboante ma
non una realtà.
Senza spingerci su lidi stranieri, basta guardare nel nostro orticello
per accorgerci che da parecchio tempo chi porta la banda agli italiani
non è per niente neutrale.
Provider che favoriscono un certo tipo di traffico e ne rallentano
altri, soprattutto se si pensa ad aprire rubinetti p2p nelle ore
notturne per chiuderli di giorno, favorire il passaggio dello
streaming dei programmi televisivi sulla propria piattaforma contro lo
scambio di file di grandi dimensioni.
Per non parlare dei provider mobili, che offrono da sempre strade
differenti per le tipologie di utenti e per fruizione di contenuti.
Insomma, una pratica consolidata all'insaputa degli utenti. Ma si sa,
noi ci siamo abituati: ci vendono una connessione con una velocità di
punta dichiarata e mai raggiungibile e finora non ho visto insorgere
nessuno, nonostante vi siano tutte le premesse per una class action
con i fiocchi.
Mentre si parla di tutto questo in tutto il mondo, Telecom Italia apre
all 4G con una sperimentazione su scala territoriale.
La banda è quella che è, ho amici che si connettono ad internet dalle
località di villeggiatura solo grazie ad Eolo del mio amico Luca
Spada, chi non vede che connessioni 2G, chi si trova fuori copertura
con 3 e quindi spende spropositi per leggere, molto lentamente, almeno
le email più interessanti.
Vodafone e Repubblica, nel frattempo, aprono la strada del pagamento
attraverso operatore: sì, ma se ho una connessione 2G ci impiego un
giorno a scaricarmi il giornale che pagherei (i primi 15 giorni sono
gratis): come la mettiamo?
La rete non è neutrale da noi, e le tariffe non sono di certo vantaggiose.
Possibile che non si possa mettere mano in nessun modo al digital divide?
La risposta è semplice: per ovviare al problema offriamo internet a
velocità diverse in base a quello che si vuole da internet.
Ecco fatto, la neutralità per la connettività.
Diritti calpestati e utenti frustrati.

domenica 8 agosto 2010

Giornali e confusione

Mi arrivano molti messaggi relativi al numero di Business Community
dedicato ai giornali digitali, e ringrazio (www.businesscommunity.it).
I pareri sono discordanti, come deve essere, ma colgo dei segnali
precisi dai giornali che stanno andando online in questi giorni.
Senza svelare quanto scritto da chi si è visto negare la pubblicazione
dal proprio editore all'interno di un giornale "concorrente", la corsa
alle applicazioni è sbagliata, sia per tecnicalità, sia per la
difficoltà di gestione.
Adobe, che a breve offrirà una soluzione soddisfacente, tira l'acqua
al proprio mulino, ma ha il vantaggio indiscutibile di avere in case
le tecnologie per cavalcare l'onda.
Ma gli editori che sono ricorsi a contratti esterni per creare le
applicazioni, potranno avvantaggiarsi?
In fondo, Adobe promette che dall'impaginato al giornale elettronico
si passa con un paio di click, perchè ricorrere a terze parti?
Quando mi riferivo agli ultimi nati per iPad, mi riferivo all'Espresso.
Lo si svoglia comodamente, ma quando nel giornale si accenna a
contenuti online, si ricorre al QRCode.
Cosa faccio? Fotografo il codice con il cellulare e navigo da lì i contenuti?
Non bastava un link?
Giornali online significano tecnologia, ma anche progettualità.
Ma soprattutto, buon senso derivato dall'aver usato l'applicazione
prima di darla in pasto agli utenti.

venerdì 6 agosto 2010

Dove wave ha fallito

Google Wave è un progetto chiuso da Big G.
In molti mi hanno scritto chiedendomi i motivi oer cui non ha avuto
successo, our essendo una beta.
Li riassumo brevemente qui.
1. Tutti i prodotti di Google sono in beta da sempre, ma il concetto
di beta è cambiato e si pretende qualcosa di estremamente funzionante.
2. non si è mai capito cosa fosse Wave, nel senso che anche il claim
che diceva che era un'onda di informazioni non è risultato vincente.
Se è vero che gli utenti poi determinano lo sviluppo di un prodotto,
la scarsa chiarezza non aiuta a trovare gli utenti.
3. A cosa serve un servizio sul web? Questa è la chiave! Il servizio
potrebbe, al limite, essere carente e limitato, ma se la funzione è
chiara, le possibilitá di successo ci sono. Apri il sito e capisci
cosa puoi farci: Wave era troppo intricata per capirne le potenzialitá
( che c'erano sicuramente).
4. Google ha impostato un marketing sbagliato, comunque con strategie
diverse dal solito. Ha imposto un velo di mistero, lasciando quasi
un'esclusiva agli utenti e facendogli scoprire da soli a cosa
servisse. Francamente di un hub da inventare non c'era il bisogno: gli
utenti vogliono la pappa pronta!
5. Sulla stessa frequenza, la fase di start up è stata farraginosa,
nel senso che non si avevano inviti e non si avevano amici con cui
provare la potenza del servizio. Questo ha intiepidito l'attesa per il
servizio, finendo per non accende mai l'entusiasmo dei soliti
personaggi straparlano dei servizi sul web nei loro blog. Risultato:
conosciuto solo da pochi "malati di web", nessun effetto virale.
6. Ma Google credeva nel progetto? Lo ha mai rilanciato? Se aprite il
browser fanno pubblicità di Chrome, e via di seguito. Avete mai visto
pubblicizzare Wave?
7. La sensazione oersonale è che anche Buzz sia sulla stessa strada.
Forse Google è diventata troppo grande per lanciare prodotti in stile
"cantina"?

giovedì 5 agosto 2010

Un saluto a Google Wave

Le premesse c'erano tutte: i creatori di gmail, funzionalità avanzate,
interazione spinta.
Ma nonostante tutto non ho mai pensato che Google Wave potesse prendere piede.
Ricordo ancora l'affollata presentazione allo Iab Forum, ma anche lì
non sono riusciti a convincermi.
D'altronde, se sul fronte integrazione mail e streaming faticano non
poco (per dire che non riescono nell'intento) nemmeno dei client sui
computer, un motivo ci sarà.
Google ha deciso di chiudere il progetto.
Siccome non capita spesso di vedere sbagliare qualcosa a Big G, è bene dirlo.

martedì 3 agosto 2010

Pad e tablet: il futuro può attendere

I tablet rappresentano il futuro prossimo del computing.
Era una mia frase di un editoriale del 2004.
Son passati sei anni e forse, i tablet o pad, si diffonderanno con
decisione, forse, solo dalla fine di quest'anno... Quasi 4 milioni di
iPad sono invisibili nel mercato dei computer!
Ma un punto deve essere centrale: accesso al web.
Comunque, con 200 dollari si possono comprare dei computerini da 5
pollici con Android...
7 pollici potrebbe rappresentare un buon compromesso e Microsoft ha
deciso di premere sull'acceleratore.
Una nota: sui giornali su iPad sono stato travolto da domande grazie
al fatto che il mio video su youtube ha spopolato.
Pressreader, a mio avviso, offre un servizio splendido: tanti giornali
e prezzi abbordabili.
Perché se di pdf si parla, tanto vale avere un unico interlocutore,
che passa dritto da iTunes.

lunedì 2 agosto 2010

Tempo di tavolette

Andare in giro con un iPad è certamente un'esperienza, perché vedi da parte di tutti, indipendentemente dall'età, l'effetto Wow sul viso.
Premesso che l'iPad è un prodotto che c'è da un po', probabilmente non è stato sufficientemente "spinto", nel senso che è veramente tanta la gente che incontro che non l'ha mai visto o provato.
La cosa, di fatto, è curiosa, perché se leggiamo i giornali, l'iPad è un prodotto consolidato!
Il passaggio a pagamento di Corriere-Gazzetta-Repubblica su iPad ha creato, almeno leggendo i messaggi che mi arrivano, una sorta di spostamento verso altri giornali.
Anche PressReader ha adeguato il prezzo delle copie a 0.79.
Spostamento verso altri giornali, dicevo, ma anche consapevolezza che questo genere di prodotti diventerà parte integrante del futuro.
Facendo un rapido giro su internet, ormai i prodotti con Andeoid sono pronti (Dell Streak e Samsung), ma stanno rombando i motori anche i tablet con Windows 7.
Iniziano ad emergere interfacce a "sfogliamento" che sembrano certamente accattivanti, puntando proprio a stupire.
Chi però aveva visto l'interfaccia Origami sui primissimi UMPC, non vedrà molte differenze.
La differenza non la fa l'interfaccia (iPad ha un'interfaccia estremamente spartana fatta ad icone sullo schermo), ma i contenuti.
E i giornali devono essere fruibili su più piattaforme per massimizzare i guadagni.
Quindi devono utilizzare gli standard.
Come le applicazioni, a meno che non si creino giochi, infatti, il costo di sviluppo incide fortemente se si vogliono più piattaforme...
Ultima parola su iPhone 4: passato il delirio di massa e la penuria di pezzi, l'agosto italiani calmerà le acque. Ma Apple questa volta non ha più il vantaggio tecnologico del passato.

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